«Il giorno in cui il deserto prese un nome»
Prima di diventare un luogo narrativo, il deserto fu la distanza tra la vita che conducevo e quella che cercava voce.
Per molto tempo ho creduto che il deserto fosse arrivato con il romanzo. Una distesa inventata, necessaria a un uomo chiamato Camminava e agli incontri che avrebbero cambiato il suo viaggio. Solo più tardi ho capito che quel paesaggio esisteva già, molto prima che imparassi a nominarlo.
Avevo scritto in privato tra il 2008 e il 2009. Erano tentativi dispersi, pagine che non conoscevano ancora la propria direzione. Poi la vita aveva ripreso la sua forma visibile: il lavoro, la famiglia, le responsabilità, il ritmo con cui le giornate si consegnano l’una all’altra. Scrivere rimase come rimane una sorgente sotto la pietra. Non la vedevo, ma continuava a premere.
Intorno ai trent’anni mi guardai allo specchio e avvertii una distanza. Non pensai che la mia vita fosse falsa in senso morale. Le persone che amavo erano vere, i doveri erano veri, la fatica era vera. Eppure la forma complessiva non mi apparteneva interamente. Era come abitare una casa costruita con cura seguendo una pianta che non avevo mai scelto.
Nel 2019 quella sensazione smise di essere un malessere indistinto. Cominciai a chiedermi che cosa avrei lasciato ai miei figli oltre alla presenza di un padre, alle cose fatte e alle necessità affrontate. Non cercavo un insegnamento da consegnare loro. Volevo lasciare una traccia della domanda che mi aveva accompagnato: quanto di ciò che chiamiamo noi stessi è stato scelto, e quanto ci è stato affidato prima ancora che potessimo riconoscerlo?
Camminavo. In Sicilia il paesaggio insegna presto che l’aridità non è assenza di vita. La terra si apre sotto il caldo, le piante abbassano la voce, il mare rimane poco distante come una promessa che non cancella la sete. Portavo dentro di me quella contraddizione: una distesa secca e, nello stesso tempo, qualcosa che insisteva nel voler germogliare.
Il 3 gennaio 2025 iniziai a chiamare quelle pagine «Riflessioni al parco». Al Parco Dubini passeggiavo, pensavo, qualche volta parlavo da solo. Ridevo di un collegamento improvviso, mi commuovevo per una frase che non era ancora una frase. Tornavo a casa e scrivevo, spesso la sera, dopo il lavoro, quando il rumore della giornata si era ritirato abbastanza da farmi sentire ciò che restava.
Le pagine crebbero senza un progetto editoriale. Cercavo di comprendere il linguaggio, i condizionamenti, l’efficienza trasformata in misura dell’essere umano, la distanza tra un ruolo e chi lo abita. Leggevo, tornavo sui passaggi, li contraddicevo. Jung mi offrì parole per avvicinare zone che avevo percepito senza saperle attraversare. Ma la lettura non sostituiva l’esperienza: le dava strumenti, qualche volta una Stella Polare.
Da quelle riflessioni nacque «Il Giardino Invisibile». Il saggio provava a rendere visibile un’architettura: il modo in cui costruiamo forme, recinti, identità; il modo in cui una ghianda conserva la possibilità della quercia anche quando cresce dentro un vaso. Era necessario arrivare alla chiarezza del pensiero. A un certo punto, però, la chiarezza non bastò più.
Alcune verità chiedono di essere incontrate, non spiegate. Hanno bisogno di un corpo che cammini, di una paura che non sappia di essere un simbolo, di un animale che appaia sul sentiero senza presentare il proprio significato. Il romanzo cominciò quando le idee smisero di voler essere concetti e cercarono un destino.
Il Deserto dei Bonsai prese forma così. Non come illustrazione del saggio e neppure come sua continuazione didattica. Divenne un luogo capace di custodire le contraddizioni che una definizione avrebbe chiuso: la cura e la prigionia, la paura e la soglia, la Madre Selvaggia e l’ordine che pretende di addomesticarla.
Camminava arrivò dopo, almeno così credevo. Gli diedi un nome che sembrava contenere già il suo compito. Mentre scrivevo, però, riconobbi in lui i passi compiuti nel parco, le domande portate per anni senza una destinazione, il gesto di chi continua ad avanzare anche quando non possiede ancora una mappa.
Nessun personaggio coincide con il proprio autore. Un romanzo vive soltanto quando le sue creature conquistano una libertà che chi scrive non può controllare del tutto. Eppure esiste un punto d’origine che non posso negare. Camminava non è arrivato alla mia scrivania da un altrove. Era già nel movimento con cui cercavo di ridurre la distanza tra la vita visibile e la voce che la attraversava.
Oggi so che il deserto non nacque il giorno in cui lo descrissi. Nacque quando quella distanza divenne abbastanza vasta da chiedere un nome. La scrittura non la cancellò. Mi insegnò ad abitarla.
E Camminava, prima di essere un uomo in viaggio nel Deserto dei Bonsai, era il passo con cui continuavo a passeggiare.