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B. Marco Guarneri
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«Il serpente che non morde»

Il Serpente non aveva denti. Gli bastavano le parole che l’uomo aveva imparato a ripetere come proprie.

B. Marco Guarneri
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L’uomo entrò nella stanza convinto di essere solo. Il Serpente lo aspettava al centro del pavimento, raccolto in un cerchio perfetto.

Non aveva denti.

L’uomo se ne accorse soltanto quando trovò il coraggio di avvicinarsi. Fino a quel momento aveva temuto il morso, il veleno, la ferita. Aveva immaginato il dolore senza chiedersi se quella bocca potesse davvero infliggerlo.

«Perché ho paura di te?» domandò.

Il Serpente sollevò appena il capo. Quando rispose, la sua voce non era una sola. Conteneva quella di chi gli aveva insegnato a essere prudente, di chi gli aveva indicato il posto giusto, di chi aveva misurato il suo valore e di chi gli aveva promesso sicurezza in cambio dell’obbedienza.

«Perché mi riconosci.»

Sulle sue squame erano incise frasi che l’uomo conosceva da sempre: Sii realista. Non disturbare. Lo fanno tutti. Ormai hai cominciato. Non perdere ciò che hai.

Le aveva ascoltate in casa, a scuola, nel lavoro, tra la folla. Con il tempo avevano smesso di sembrargli voci esterne. Erano diventate il modo in cui parlava a sé stesso.

«Chi sei?» chiese ancora.

«Sono le parole che hai ripetuto fino a scambiarle per il tuo pensiero.»

L’uomo raccolse una pietra. Sentiva che, distruggendo il Serpente, avrebbe finalmente liberato la stanza. Prima che potesse colpire, la creatura emise un suono simile a una risata.

«Se mi uccidi, mi darai soltanto un altro nome.»

La pietra rimase sospesa nella sua mano. L’uomo aveva combattuto molte volte contro quelle voci. Ogni battaglia le aveva rese più forti. Aveva sostituito un comando con un altro, una gabbia con una gabbia dipinta di libertà.

Lasciò cadere la pietra e si sedette.

Per la prima volta non obbedì e non si oppose. Rimase davanti al Serpente senza chiedergli di sparire. Nel silenzio, il cerchio cominciò lentamente ad aprirsi.

«Che cosa sta accadendo?»

«Hai smesso di nutrirmi.»

Dietro le spire apparve una fessura nel pavimento. Da quel taglio sottile saliva odore di terra bagnata. L’uomo vi avvicinò la mano e sentì qualcosa premere dal basso, come una radice che cercasse luce.

«Allora non sei il mio nemico.»

Il Serpente abbassò il capo.

«Sono il guardiano della soglia che non avevi ancora imparato ad attraversare.»

L’uomo si alzò. Non aveva sconfitto nulla. Le frasi erano ancora incise sulle squame, le vecchie voci ancora riconoscibili. Adesso, però, riusciva a sentirle senza inginocchiarsi.

Passò accanto al Serpente e raggiunse la fessura. La terra si aprì quanto bastava per lasciar emergere una piccola foglia.

Il Serpente non lo morse. Rimase nella stanza, in silenzio, mentre l’uomo attraversava da solo la propria soglia.